"Per ignota destinazione" terza parte
di Piero Farina

Sul treno.

Il convoglio ha superato la stazione di Firenze e mentre attraversa la regione tosco emiliana penso di far bene a non infastidire Piero con le mie domande. Ho imparato ormai a comprendere al volo quando ha bisogno di riflettere, di restare solo con se stesso.

Nei suoi ricordi, come in quelli di ogni ebreo, sono ben presenti le vicende che testimoniano l’accelerazione della politica antiebraica dello stato fascista nel periodo compreso tra la promulgazione delle leggi antiebraiche del ’38 e lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Roma.

Venezia.

Nei pressi di piazza S. Marco mi attende Paolo Revoltella. Poco dopo percorriamo assieme una delle calli che conducono al ghetto ebraico, in località Cannareggio. Ancora alcuni minuti di strada e lasciamo la banchina di uno dei canali più grandi. Entriamo in un sestiere completamente circondato dalle case. Mentre Revoltella parla con parole semplici, ma estremamente evocative, indica una finestra che s’apre su un modesto davanzale.

Torino.

Speaker: "Giuseppe Laras, oggi rabbino, nell'estate del '44 viveva con la madre a Torino nell’appartamento della nonna".

"Verso sera si sentivano spesso  delle sparatorie – ricorda Giuseppe Laras - i passanti, per la strada, a causa del coprifuoco erano praticamente inesistenti … avevamo la consegna di non parlare forte, di non fare rumore e questo tipo di vita andò avanti fino al 2 ottobre del ’43 … poi, un giorno, dopo circa tre mesi …".

Danilo Marabotto s’avvia verso il pianerottolo dall’appartamento del rabbino con la telecamera accesa, percorre un piano di scale fino all’androne del palazzo, esce dal portone e sempre in soggettiva percorre una trentina di metri di via Madama Cristina tenendo l’obiettivo all’altezza dello sguardo di quando Giuseppe Laras era un bambino …

La ripresa in soggettiva ha di per sé un forte impatto evocativo, ma dopo aver ascoltato le parole di Laras mi sento addosso l’angoscia del piccolo Giuseppe, l’affanno del suo respiro in attesa che la madre gli faccia cenno di correre via senza guardarsi indietro. Lo strattone, la piccola mano del bambino che si libera da quella del poliziotto e Giuseppe che corre, corre, corre come un disperato, lasciando la madre che non  rivedrà mai più. 

Venezia.

Speaker: "La sera del 16 settembre del '43 Gianni Milner ha un lungo dialogo con Giuseppe Iona, medico assai noto a Venezia e presidente della comunità israelitica".

Sul treno verso il confine austriaco.

Trieste, Risiera di S. Saba, Campo di sterminio.

Due muraglie  di nudo cemento armato si alzano quasi a nascondere la luce del cielo. In fondo, proprio sotto le mura contrapposte,  s’intravede un piccolo tunnel in mattoni rossi dove si dirige, con passo leggermente claudicante, Alessandro Kroo, italiano che oggi vive nei pressi del lago di Lugano.

In quegli anni Kroo abitava a Fiume. Afferma che nessuno sapeva ciò che in realtà stava accadendo in Germania. Per quattro mesi viene molestato in vario modo dalle truppe tedesche presenti in città anche se non si verifica alcun arresto. Una mattina si mette in fila per ottenere un lasciapassare. L’intenzione è quella di allontanarsi al più presto dalla città con tutta la famiglia. Ottenuto il documento si affretta a raggiungere la propria casa, ma il padre non vuole approfittare di quell’occasione, pensa ingenuamente che la salvezza possa venire solo dall’unità della famiglia. Ma il 27 marzo del ’44 le SS spalancano la porta di casa e ordinano di preparare le valigie. La mamma non è a casa. In quell’occasione riesce a salvarsi, ma la prenderanno dopo qualche giorno. Il calvario dell’intera famiglia, rinchiusa nel carcere della città in celle piccolissime, inizia dopo qualche tempo. La prima stazione è proprio la Risiera di S. Saba …

La porta si apre e Kroo, dopo cinquant’anni ...

Fossoli, Campo di concentramento.

Con Nedo Fiano raggiungiamo Fossoli, in aperta campagna, a circa  sei chilometri da Carpi.  Dal gennaio del ’44 la località è stata campo poliziesco per prigionieri politici e razziali, deportati nei lager del nord Europa. Da qui è transitato un terzo degli ebrei del nostro paese destinato ai campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Buchenwald, Flossenburg. Dopo la fine della guerra il Campo è stato utilizzato a scopo abitativo dalla comunità cattolica di Nomadelfia e successivamente dai profughi giuliani e dalmati che ne hanno notevolmente modificato le strutture. Tuttavia, a mano a mano che l’auto s’avvicina alle cancellate, Fiano riconosce i luoghi dove s’ergevano le garitte delle sentinelle e il fossato che con la doppia barriera di filo spinato segnava il limite invalicabile del campo. Ricorda assai bene quando l’hanno catturato … Quel giorno di febbraio del ’44 a Firenze faceva assai freddo, c’era ancora una temperatura pienamente invernale. Camminava  in modo del tutto spensierato in via Cavour, quando si avvicinò un tizio che gli mise una pistola alle costole riconoscendolo come ebreo. Lo portarono subito al commissariato dove il carabiniere di guardia l’accolse ridendo, e gli dette anche del “bischero”. Rimase in carcere fino al 5 aprile, poi l’imbarcarono su una tradotta …

Con Nedo percorriamo i corridoi che attraversano le baracche, le piccole stanze semi demolite che, per quanto diverse da quelle dove ha vissuto, restituiscono lo squallore di quei giorni.

Usciamo dalle stanze in sfacelo e percorriamo un sentiero che corre lungo i ruderi delle baracche. Attorno al campo, la vegetazione, resa rigogliosa dalla primavera ormai avanzata, ricopre buona parte delle mura abbattute, dei calcinacci sparpagliati sul prato, diminuendo la sensazione di squallore che si prova all’interno degli edifici.  La giornata, del tutto priva di sole, è abbastanza soffocante e i confini del lager,  eretti nuovamente per delimitare l’area oggi considerata monumentale, appaiono indistinti per il diffuso riverbero della luce del mezzogiorno. Ogni tanto, sulla strada provinciale che corre dietro le nostre spalle, s’ode il frastuono delle ruote di un tir in transito ma, subito dopo, si ripropongono interminabili momenti di raccoglimento e di silenzio. Per alcuni istanti Danilo spegne la telecamera, guardo Nedo e lui vede i miei occhi.  È così che le sue parole prendono corpo, che vedo tornare in vita le immagini di un passato ancora in lui presente e concreto, come tangibili  e presenti sono le sofferenze che Nedo ha subito.

Venezia Lido.

Venezia.

Milano.

Eugenio Gentili Tedeschi mi racconta un episodio che ha vissuto quand’era partigiano, una piccola, ma umanissima vicenda collocata nel bel mezzo della grande tragedia della guerra.

Eugenio Gentili Tedeschi mi guarda con i suoi occhi lacrimosi per l’età, ma penetranti. Il suo sguardo è fiero, vivace, pieno di umanità.

Sul treno.

Ora, giovedì 22 giugno.

La stazione di Ora, Auer in tedesco, è completamente deserta.

Il sole a picco sembra dare corpo all’estate con una giornata particolarmente calda. Piero ha voluto fare tappa in questo luogo. Ricorda assai bene che qui si è fermata la tradotta prima d’attraversare il confine di Stato del Brennero …

Piero percorre il marciapiede che corre lungo le rotaie e mentre esce dalla stazione incrocia un ciclista che si volta a guardarci. In realtà siamo un gruppetto che non passa inosservato dato che, sia per gli abiti che per il colore dei capelli, non possono certamente scambiarci per dei sudtirolesi. Christina è danese e con i suoi capelli biondi potrebbe confondere i pochi passanti che incontriamo per strada, ma si è allontanata per qualche minuto in cerca d’un telefono. Danilo continua intanto a riprendere Piero che ora attraversa la strada …

Christina esce dal locale che Piero sta indicando. Un telefono c’è e funziona, ma il proprietario del bar senza dare alcuna spiegazione non le ha permesso di usarlo. Entriamo allora nel locale e ripeto al gestore la richiesta di usare il telefono. L’uomo mi ignora e rivolgendosi a Christina in tedesco le dice che l’apparecchio non è raggiungibile perché ha lavato il pavimento ed è ancora bagnato. Faccio cinque passi verso la sala da pranzo dove si trova il telefono seguito dagli improperi del gestore che fortunatamente non comprendo. Accosto la mano al pavimento, è asciutto. Accompagno allora Christina fino all’apparecchio e finalmente lei può telefonare. Mentre paghiamo il conto e usciamo dal caffè l’uomo continua a lanciare nella mia direzione improperi  in dialetto sudtirolese. Ho una gran voglia di rispondere per le rime, ma mi trattengo perché preferisco controllare la mia istintiva risposta altrettanto aggressiva verso tanta intolleranza e ostilità. Christina, Danilo e Filippo mi guardano e sorridono … Abbiamo appena terminato di registrare la dolorosa intervista di Piero e forse per questo, più che essere dispiaciuto dal comportamento dell’oste, provo un senso di mortificazione superiore alla gravità dell’accaduto. 

Piero non pare aver seguito però lo sviluppo della piccola vicenda. Osserva lo scarso traffico che si svolge sullo stradone, i caseggiati che circondano la stazione, i fili del treno che scompaiono al di là della curva delle rotaie. Purtroppo conosce assai bene il luogo e il percorso. Stiamo per lasciare il suolo italiano.

Il Brennero dista ormai pochi chilometri.